Le origini dei Tarocchi
Il più antico mazzo di carte giunto fino a noi proviene da Venezia, dove venne usato nel XIV secolo.
È composto da 78 carte, un numero equivalente alla serie dei numeri addizionati dall’unità alla dozzina inclusa.
Questo totale è suddiviso in 2 categorie di carte essenzialmente distinte.
La prima categoria comprende 22 carte, chiamate Tarocchi.
Sono composizioni simboliche, manifestamente concepite per uno scopo ben diverso dal gioco.
I giocatori imbarazzati non sanno farne altro che dei trionfi, ai quali attribuiscono il valore del loro numero d’ordine, senza preoccuparsi minimamente del soggetto della carta.
Tanto varrebbe sostituirvi carte bianche contraddistinte da un numero progressivo.
Ma è ancora più logico togliere dal mazzo i Tarocchi propriamente detti, come hanno fatto in effetti i giocatori spagnoli, i quali hanno conservato soltanto le altre 56 carte.
Questa seconda categoria si divide in quattro serie o colori o semi di 14 carte.
Gli emblemi distintivi della serie sono: Bastoni, Coppe, Spade e Denari, che corrispondono rispettivamente a quelli che, nelle carte francesi vengono chiamati Fiori, Cuori, Picche e Quadri.
Ogni serie comprende 10 carte numerali: Asso, Due, Tre, ecc. fino a dieci, più 4 figure: Re, Regina, Cavaliere e Fante.
Tutti i mazzi di carte usati nei diversi paesi, rappresentano modificazioni più o meno profonde del mazzo originario, che è conservato nella sua integrità in Italia, nella Svizzera Francese, in Provenza e nella Francia Orientale, fino in Alsazia.
Il nome di Tarocchi viene attribuito a queste carte per estensione, poiché, per essere esatti, esso spetterebbe soltanto alle 22 carte designate in questo modo:
I - Il Bagatto
II – La Papessa
III – L’Imperatrice
IV – L’Imperatore
V – Il Papa
VI – L’Innamorato
VII – Il Carro
VII – La Giustizia
IX – L’Eremita
X – La Ruota della Fortuna
XI – La Forza
XII – L’Appeso
XIII – La Morte
XIV – La Temperanza
XV – Il Diavolo
XVI – La Torre
XVII – Le Stelle
XVIII – La Luna
XIX – Il Sole
XX – L’Angelo o il Giudizio
XXI – Il Mondo
… – Il Matto
Il presunto libro di Thot
Fino al secolo XVIII, i Tarocchi furono considerati esclusivamente come vestigia di un’epoca barbara e come tali privi d’interesse.
Nessuno vi faceva caso prima del 1781, data della pubblicazione del Mondo Primitivo di Court de Gebelin, opera in cui, nel tomo VIII a pagina 365, compare questo passo:
“Se si sentisse annunciare che esiste ancora, ai giorni nostri, un’Opera degli antichi Egiziani, uno dei loro libri sfuggito alle fiamme che divorarono le loro biblioteche superbe e che contiene la loro dottrina più pura, su soggetti interessantissimi, tutti sarebbero indubbiamente ansiosi di conoscere un Libro tanto prezioso, tanto straordinario.
Se si aggiungesse poi che questo libro è diffuso in gran parte dell’Europa, che da molti secoli è ancora nelle mani di tutti, la sorpresa sarebbe certamente ancora più grande e non giungerebbe al colmo, se si assicurasse che nessuno ha mai sospettato che quest’opera fosse egiziana, che la si possiede come se non la si possedesse, che nessuno ha mai cercato di decifrarne una pagina: che il frutto di una saggezza raffinata è considerato come una massa di figure in se stesse insignificanti ?
Non si penserebbe allora che ci si vuole fare beffe della credulità degli ascoltatori ? Eppure, è verissimo: questo libro egiziano il solo che ci rimanga delle loro superbe biblioteche, esiste ancora oggi: è addirittura tanto comunque che nessuno scienziato si è degnato di occuparsene; nessuno aveva mai sospettato la sua origine illustre.
Questo libro è il gioco dei Tarocchi”.
Court de Gebelin afferma del tutto gratuitamente che l’origine dei Tarocchi è egiziana.
A lui basta discernere il carattere simbolico delle figure, fino a quel tempo considerate puramente fantastiche, per riconoscere in esse, di primo acchito geroglifici da attribuire ai saggi dell’antichità.
Questo significa andare troppo in fretta.
Ma quando viene formulata un’ipotesi che lusinga l’immaginazione, si può stare certi che viene immediatamente raccolta e ampliata.
Un parrucchiere, un certo Alliette, che sotto il nome di Eteilla diventò il grande Sacerdote della Cartomanzia, proclamò che i Tarocchi erano il più antico libro del mondo, opera di Ernete – Thot.
E non si accontento di questo: si ritenne autorizzato a revisionare un documento tanto importante.
Ma questo “spirito più fantastico che giudizioso” riuscì soltanto a falsare un simbolismo insufficientemente approfondito.
A favore dell’Egitto si pronuncia anche Christian, nella sua Storia della Magia.
Questo autore ci fa assistere a una iniziazione ai misteri di Osiride.
Grazie a lui, penetriamo nelle cripte della Grande Piramide di Menfi, dove l’iniziando subisce prove terrificanti che lo conducono all’ingresso di una galleria, le cui pareti sono suddivise da 24 pilastri, 12 per parte, in 22 riquadri ornati da pitture geroglifiche.
Sono i prototipi dei Tarocchi.
L’iniziando passa davanti a questi pannelli, che riassumono la dottrina segreta dei gerofanti.
Un pastoforo, custode dei simboli sacri, fornisce le spiegazioni che costituiscono l’istruzione iniziatica del neofito.
È un vero peccato che questa galleria sia ignota all’egittologia, la quale non ha rivelato la minima traccia di questo libro murale di Ermete, che gli ultimi iniziati avrebbero ricopiato quando, perseguitati dai cristiani, si preparavano a fuggire abbandonando il santuario.
Secondo la tesi che ci interessa i geroglifici segreti, riprodotti su tavolette portatili, sarebbero poi passati agli gnostici, poi agli alchimisti che li avrebbero trasmessi a noi.
Tutto ciò che possiamo concedere ai sostenitori di queste ipotesi, è che le idee cui si ispirano i Tarocchi sono di un’antichità estrema.
Le idee non hanno età: sono vecchie quanto il pensiero umano. Ma sono state espresse in modo diverso, secondo le epoche.
I sistemi filosofici alessandrini hanno dato loro un’espressione verbale, mentre i Tarocchi dovevano, in seguito, tradurle in simboli.
Se non come sostanza, almeno come forma, i Tarocchi si riconfermano come un originale incontestabile, che non riproduce affatto modelli preesistenti.
L’archeologia non ha scoperto la minima traccia che possa rappresentare le vestigia di Tarocchi egiziani, gnostici o almeno alchimisti greco-arabi.
I Theraphim
Ciò che colpisce subito, nei Tarocchi, è il numero 22, che è esattamente il numero delle lettere dell’alfabeto ebraico.
Ci si può quindi chiedere se non è per caso agli ebrei che noi dobbiamo le nostre 22 figure cabalistiche.
Sappiamo che i grandi sacerdoti di Gerusalemme interrogavano l’oracolo dell’Urim e del Thumin con l’aiuto dei Theraphim, cioè simboli ideografici o geroglifici.
Eliphas Levi spiega che le consultazioni avvenivano nel tempio sulla tavola d’oro dell’Arca Santa, poi aggiunge: “ quando il sommo sacerdozio smise di esistere in Israele, quando tutti gli oracoli del mondo tacquero alla presenza del Verbo fatto uomo che parlava attraverso del più popolare e del più dolce dei saggi, quando l’Arca andò perduta, quando il santuario fu profanato e il tempio distrutto, i misteri dell’Ephod e dei Theraphim, che non erano più tracciati sull’or o e sulle pietre preziose, furono scritti o più esattamente raffigurati da saggi cabalisti sull’avorio, sulla pergamena, sul cuoio argentato o dorato e poi finalmente su semplici carte, che furono sempre sospette agli occhi della Chiesa ufficiale, come se racchiudessero una chiave pericolosa dei suoi misteri.
Da queste carte sono venuti i Tarocchi, la cui antichità, rivelata allo scienziato Court de Gebelin dalla stessa scienza dei geroglifici e dei numeri, ha suscitato più tardi la dubbiosa perspicacia e la tenace indagine di Eteilla”.
Le notizie che possediamo sui Theraphim sono così vaghe che è impossibile trarne qualche conclusione.
La cabala era certamente ben nota agli autori dei Tarocchi: ma quegli artisti – filosofi, non potevano appartenere al ceppo semitico che, ben lungi dall’incoraggiare un simbolismo artistico ha sempre preferito legare le sue speculazioni astratte all’aridità delle lettere, dei numeri e delle figure geometrice.