Il contesto socio culturale nell'ambito del quale si possono sviluppare i disturbi del comportamento alimentare, differisce nelle diverse culture in quanto variano i modelli proposti.
Nelle diverse società il cibo assume diversi significati in relazione ad alcuni aspetti:
Aspetto tecnico - economico:
la dicitura "civiltà agricole" o "civiltà pastorali" attestano la centralità dei processi produttivi degli alimenti base. La tipologia dei cibi assunti, le modalità di consumo del pasto e l'ideale di bellezza correlato all'aspetto fisico determinato dal peso corporeo, variano in relazione all'assetto storico - culturale. Il cibo e la convivialità dell'atto alimentare ha assunto nelle diverse culture valore economico, sociale, oggetto di prestito, condivisione e commercio. Inoltre alcuni cibi vengono utilizzati come "status simbol".
Aspetto sociologico:
in ogni società il cibo assume una forma di "dono" al fine di stabilire e rinforzare i legami fra i diversi membri. Possesso, controllo, capacità e conoscenze necessarie per procurare il cibo sono sempre stati simbolo di prestigio o sottomissione. Esiste anche una simbolica suddivisione fra cibi "maschili" e cibi "femminili"; ad esempio il cibo piccante ha valore maschile mentre i cibi "più delicati" sono prettamente femminili, al banco di un bar il caffè corretto è più maschile di quello semplice che però risulta più maschile del cappuccino e così via. I cibi hanno infine valore simbolico in relazione al luogo e al tempo in cui vengono consumati (esempio cibi per le festività).
Aspetto ideologico:
il codice culturale sotteso dalle norme alimentari è basato su tabù alimentari che nascono nel momento in cui si attribuisce un significato particolare ad alcuni cibi, quando esistono regole mentali, morali e sociali per cui un alimento non deve essere consumato sia in un particolare periodo (esempio digiuni religiosi) che da alcune persone (come ad esempio avviene per le caste induiste). I tabù non rispecchiano una civiltà arretrata ma i limiti che ogni civiltà stabilisce. Alcuni tabù alimentari sono legati all'idea di sacralità di alcune specie animali (come la vacca in India) o al consumo di alcuni animali domestici che vivono in rapporti di vicinanza con l'uomo (ad esempio animali domestici come il cane per le culture occidentali). Generalmente le tradizioni culinarie, al contrario di quelle culturali, resistono maggiormente a cambiamenti sociali e ideologici. Infine nell'individuo si producono associazioni mentali che continuano a incidere per tutta la sua esistenza. Il piacere che il neonato prova con l'assunzione del cibo, e ad un tempo la consapevolezza della totale dipendenza di tale piacere dalla volontà della madre, segna profondamente e indelebilmente, spesso con esiti conflittuali, la sua dimensione emotiva. In questo modo problemi di sicurezza, reazioni di protesta, sensi di colpa, delusioni, carenze affettive spesso emerse nel quadro dei rapporti familiari, si esprimono simbolicamente in ambito alimentare con disturbi psicosomatici a veri livelli dell'apparato digerente o con l'insorgenza di veri e propri disturbi del comportamento alimentare.
Le diverse valenze ideologiche e religiose che il cibo e l'alimentazione assumono nelle diverse società condizionano in modo evidente la vita degli individui. Ad esempio per la religione ebraica l'alimentazione è vissuta come un modo di progredire verso il sacro. Per questa cultura le norme alimentari assumono la stessa importanza del culto religioso. L'insieme delle regole alimentari, dettate dai testi sacri dell'Antico Testamento, suddivide gli alimenti in consentiti (alimenti kasher) e non consentiti (non kasher), descrive le caratteristiche che ogni cibo deve avere per poter essere consumato, i rituali di uccisione degli animali, le modalità di preparazione e i cibi da consumare durante le festività religiose.
I più comuni dettami alimentari della cultura mussulmana, prescritti dal Corano, sono il divieto di mangiare carne di maiale, il divieto di bere alcolici, i rituali correlati alla macellazione e alla preparazione del cibo, l'osservanza del mese di digiuno (Ramadam) e le modalità di assunzione del cibo (mangiare seduti con le gambe incrociate, dietro ad un tavolo basso sul quale è poggiato un unico piatto dal quale tutti i commensali attingono).
Secondo la cultura induista la preparazione, la cottura, il consumo di particolari cibi riflette la purezza della società. Per ogni casta sono stabiliti gli alimenti adeguati alla "santità" degli individui che ne fanno parte e l'assunzione di cibi provenienti da caste meno nobili viene considerata fonte di contaminazione.
Per la cultura Zen, diffusasi nei monasteri giapponesi, il cucinare gli alimenti è un'attività a appannaggio del Tenzo (uno solo dei monaci) ed è un mezzo per realizzare l'ascesi. Per questa cultura il cucinare è un modo per prendersi cura degli altri monaci in relazione alle necessità di ciascuno.
Cultura occidentale
Per la cultura occidentale l'alimentazione ha in gran parte perso il suo significato religioso anche se alcune norme dettate dal cristianesimo, religione maggiormente diffusa, vengono ancora applicate (ad esempio l'astenersi dai piaceri del palato in periodo di Quaresima e il non mangiare carne il venerdì, perlopiù con significato di penitenza).
Nella cultura occidentale il cibo e l'alimentazione sono in gran parte correlate a motivazioni economiche e sociali piuttosto che religiose.
In seguito al secondo dopo guerra si è verificato un cambiamento nei rapporti sociali. In questo periodo sparisce la figura del cuoco delle case borghesi e le donne cominciano a lavorare fuori dalle mura domestiche dedicando sempre un minor tempo alla cura della casa e della prole. Per far fronte alla mutata condizione femminile si sono sviluppate le industrie alimentari e la produzione di utensili ed elettrodomestici che facilitano e rendono più rapida la preparazione dei cibi. Con lo sviluppo dei trasporti e il perfezionamento delle tecniche di produzione e conservazione, le industrie alimentari hanno assunto dimensioni sempre più imponenti e sono oggi in grado di distribuire una grande varietà di cibi pronti o semilavorati in tutto il mondo. Lo sviluppo delle industrie alimentari trova la sua più imponente rappresentazione nella diffusione dei fast food. Il processo che J.L. Flandrin e i suoi collaboratori indicano con il termine di "mecdonaldizzazione" ha ormai assunto dimensioni planetarie. Sapori di base, consistenze gratificanti, libertà trasgressive, consenso familiare, comodità, prezzo, igiene e regolarità della prestazione garantiscono il successo di queste produzioni.
In seguito all'ampia diffusione delle industrie alimentari si è e si sta tuttora sviluppando una controtendenza dei consumi. In risposta all'impersonale omogeneizzazione delle produzioni alimentari il consumatore è oggi sempre maggiormente orientato verso la ricerca di cibi genuini e verso la produzione artigianale anche a prezzo di una maggiore spesa economica e di una reperibilità più difficoltosa. In Italia questa controtendenza ha portato, in seguito all'avvento dei fast food, alla nascita dell'associazione Slow Food (nata come associazione Italiana nel 1986 e come associazione internazionale nel 1989).